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Frode ex Cardafil di Pray: condannato imprenditore 55enne

Grazie a una serie di finte vendite di prodotti, l’azienda tessile non aveva versato l’Iva nelle casse dell’erario

Frode ex Cardafil di Pray: condannato imprenditore 55enne. A disporlo è stato il giudice del tribunale di Biella al termine del procedimento che ha visto lo stesso imprenditore, un 55enne di Valdilana, condannato a una pena di due anni e sei mesi. L’accusa è quella di aver messo in piedi la cosiddetta “frode carosello”.

Frode ex Cardafil di Pray: condannato imprenditore 55enne

Il provvedimento emesso dal giudice punta a coprire i mancati pagamenti nei confronti dell’Agenzia delle entrate. Una cifra record quella stabilita in 1,8 milioni di euro, ma giustificata dai numeri che sono emersi nel corso dell’indagine condotta dalla Guardia di finanza di Biella. Le fiamme gialle hanno analizzato i conti dell’azienda, poi messa in liquidazione nel 2017, scoprendo quella che viene definita frode carosello. Si tratta di comportamenti preordinati all’evasione delle tasse, in particolare l’Iva. Il meccanismo di evasione viene attivato mediante una serie di passaggi di merci tra società diverse appartenenti a stati differenti. Di fatto poi le merci, che in questo caso erano tessuti, non si muovono tra i vari paesi materialmente, ma solo sulla carta.

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Scambi virtuali

Dalle indagini della Finanza è stato accertato che gli scambi commerciali dell’azienda sono avvenuti solo virtualmente, mediante appunto l’emissione e l’utilizzo (a seconda delle circostanze) di fatture per operazioni inesistenti da parte dei società risultate essere delle mere “cartiere”, cioè prive di una struttura e di un’organizzazione aziendale tale da poter effettivamente realizzare un commercio di rilievo.
Attraverso il sistema fraudolento congegnato è stato possibile abbattere i costi di produzione annotando in contabilità e, poi indicandole in dichiarazione, fatture per acquisti in realtà mai realizzati. L’indagine della Finanza aveva in particolare preso in esame il periodo tra il 2010 e il 2011. Il sequestro di beni previsto dalla sentenza mira a coprire il mancato versamento dell’Iva da parte dell’azienda.

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