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Giro d’Italia in Israese: protesta Pax Christi a Varallo

La corsa è partita da Gerusalemme. La scelta ha destato numerose polemiche

giro d'italia

Giro d’Italia con partenza da Israele: proteste anche in Valsesia.

Giro d’Italia in Israele le contestazioni

La partenza del Giro d’Italia da Israele ha sollevato numerose proteste. Voci contrarie si sono fatte sentire anche in Valsesia. A farsi portavoce della presa di posizione di Pax Christi Italia è il varallese Norberto Julini. E’ consigliere nazionale del Movimento cattolico internazionale per la Pace e presidente dell’associazione Nova Jerusalem con sede al Sacro Monte. Il sodalizio opera per la cultura di pace, la cooperazione, il dialogo e la solidarietà con i popoli della Terra Santa. L’edizione 2018 del Giro d’Italia è partita da Israele con inizio a Gerusalemme, per poi fare delle tappe da Haifa a Tel Aviv e nel Negev. Una decisione quella di far iniziare la centunesima edizione della principale manifestazione ciclistica nazionale da Gerusalemme che ha scatenato da mesi un coro di polemiche.

La Nakba

«Il Governo Israeliano nel mese di maggio 2018 intende celebrare i 70 anni dalla proclamazione unilaterale del suo Stato – ricorda Julini -, mentre per i palestinesi quella data rappresenta la Nakba, cioè la catastrofe, con oltre 10mila persone uccise e circa 800mila cacciate dalle loro case e dalle loro terre». Per gli organizzatori si parla di un incasso di 10 milioni di euro da Israele per ospitare la grande partenza del Giro 2018, fino al 7 maggio. «Si tratta di una grande operazione di propaganda che Israele ha orchestrato per darsi un’immagine di “normalità” – afferma Julini condividendo il pensiero di Pax Christi Italia – e coprire con un evento sportivo di grande risonanza mediatica come il Giro d’Italia le quotidiane violazioni dei diritti umani più elementari del popolo palestinese e della legalità internazionale. Non ci sono parole per commentare le uccisioni a Gaza, anche in questi giorni».

Gli appelli

Non hanno avuto seguito però gli appelli rivolti da mesi da più di 120 organizzazioni per i diritti umani e membri del Parlamento europeo all’Unione Ciclistica Internazionale, l’organo di governo del ciclismo, affinché prendesse provvedimenti al fine di far spostare la partenza del Giro d’Italia altrove. «La partenza da Israele – prosegue Julini – avalla la politica coloniale del governo israeliano a danno dei palestinesi, il regime di apartheid, l’occupazione militare, la proclamazione di Gerusalemme “capitale unificata” dello Stato di Israele, la violazione del Diritto internazionale, che invece l’Italia dovrebbe richiamare e far rispettare anche in sede Onu. Non si può tacere. Lo chiediamo alla politica, alla società civile, alle comunità cristiane, ai responsabili dei mezzi di informazione, alle donne e uomini che hanno a cuore la pace».

La storia di Bartali

«Gino Bartali è stato dichiarato “giusto tra le nazioni” per aver contribuito a salvare le vite di tanti ebrei, grazie alla sua fama di campione di ciclismo negli anni delle odiose leggi razziali – ricorda infine Julini a nome del Movimento -. Chi protesta contro la politica dello Stato di Israele non può essere sbrigativamente tacciato di antisemitismo, come spesso accade. Crediamo invece sia un modo per denunciare le ingiustizie, per abbattere muri e costruire ponti».

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