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Cronaca Serravalle e Grignasco -

Voleva violentare la donna delle pulizie: valsesiano condannato

Vittima una donna di Grignasco. Per l'uomo condanna a un anno e quattro mesi

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Voleva violentare la collega: condanna a un anno e quattro mesi per un valsesiano.

Voleva violentare la sua collega: condannato

E’ trascorso un lustro, ma per lei la situazione è ancora difficile: «Dopo cinque anni dalla violenza la mia vita continua ad essere un incubo». Nelle scorse settimane l’ex collega che risiede in Valsesia è stato condannato a un anno e quattro mesi in appello, ma Maria che vive a Grignasco continua ad avere paura. La donna ha contattato la redazione di Notizia Oggi per liberarsi fuori di un peso che ormai da cinque anni la opprime.

Delle attenzioni indesiderate

«Lavoravo per una cooperativa in una azienda tessile della Valsesia – racconta -. Lui aveva iniziato a girarmi intorno, avevo notato che veniva di proposito nel reparto dove c’ero io con qualche scusa. Avevo già fatto segnalazioni, anche perchè era insistente. Erano arrivate le lettere di richiamo e per sette mesi tutto era andato bene». Poi una sera successe qualcosa: «Erano le 18.45 – racconta -. Stavo facendo le pulizie nel mio capannone, ero uscita per buttare la pattumiera e al mio rientro me lo trovai sulla porta. In quel momento iniziai ad agitarmi. Quando ci incrociammo cominciò a chiedermi se ero arrabbiata con lui, se me l’ero presa, se potevamo fare pace. Io per tenerlo tranquillo continuavo a dire che era tutto a posto, che non ce l’avevo con lui».

La violenza

L’uomo continuò a seguirla: «Volevo arrivare ai piani superiori dove c’era altra gente – riprende il racconto la donna -. A un certo punto mi tirò dentro lo spogliatoio e cercò di spogliarmi bloccandomi con il suo corpo contro l’armadietto. Aveva iniziato a denudarsi e toccarmi ovunque». Quelli sono stati i momenti peggiori: «Ho iniziato a piangere e urlare e ha un certo punto mi ha chiesto perchè non volevo. Gli ho urlato “Lasciami”. Mi ha mollato e a quel punto sono riuscita a scappare. Ricordo che corsi via e lasciai un biglietto al caporeparto con scritto “Sono sconvolta devo parlare”». Partì anche la denuncia e arrivò la prima condanna a un anno e quattro mesi in primo grado, ora confermata anche in appello.

Il processo

«Sono stati cinque anni pesanti ero diventata anche l’incubo del postino – riprende la donna -. Ogni volta che arrivava cercavo la lettera con la data dell’appello. A metà giusto c’è stata l’udienza, poi alla fine la sentenza. E non è stato facile rivivere la situazione un altro processo: «Mi hanno fatto passare per squilibrata – racconta tra le lacrime la donna -. Alla fine è venuta a galla la verità: sono una dona sposata con due figlie grandi ed ero lì per lavorare».

Il dovere di denunciare

Non sono mancate le difficoltà: «Ho passato anni terribili, anche quando ho fatto la denuncia tutti mi guardavano come se raccontassi bugie. Quello che dico a chi è stato vittima di episodi come questo, è che non bisogna vergognarsi, ma occorre denunciare tutto alle forze dell’ordine. Purtroppo sono situazioni che ti cambiano, anche i rapporti personali». Il percorso da affrontare è stato difficile: «Devo ringraziare il dottor Merli dell’Asl di Biella che mi è stato vicino dimostrandosi una persona umana e un grazie al mio avvocato Andrea Delmastro. Non posso negare che mi sto facendo ancora aiutare. La mia vita è cambiata e la paura non è ancora passata. La qualità della mia vita è cambiata in peggio».

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