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Crevacuore, il maresciallo torna in servizio dopo la sclerosi multipla
Fabio Rotolo riprende il suo lavoro dopo dieci mesi di terapie e riabilitazione.
Crevacuore, il maresciallo torna in servizio dopo la sclerosi multipla. Fabio Rotolo riprende il suo lavoro dopo dieci mesi di terapie e riabilitazione.
Crevacuore, il maresciallo torna in servizio dopo la sclerosi multipla
Coraggio, disciplina e una determinazione che non si piega davanti alla malattia. È una storia di resistenza e tenacia quella del maresciallo Fabio Rotolo, comandante della stazione dei carabinieri di Crevacuore, che dopo dieci mesi di stop è tornato in servizio affrontando una delle sfide più difficili: la sclerosi multipla.
A raccontare il suo percorso è stato lo stesso militare, con un lungo messaggio pubblicato su Facebook, in cui ripercorre i momenti più delicati vissuti a partire dal 25 maggio scorso, giorno del ricovero all’ospedale “Giuseppe Mazzini” di Teramo. Dopo giorni di incertezza, la diagnosi arriva il 12 giugno: il sospetto si trasforma in realtà. Da lì, l’inizio immediato delle cure e un cambio radicale nella quotidianità.
La sfida per trovare un nuovo equilibrio
La malattia, spiega Rotolo, ha inevitabilmente modificato ritmi e programmi, ma non ha scalfito il suo obiettivo. Anzi, lo ha rafforzato. Tra terapie, fisioterapia, allenamenti e visite specialistiche, il maresciallo ha costruito giorno dopo giorno un nuovo equilibrio, senza mai rinunciare ai valori che lo definiscono come uomo e come carabiniere.
Non nasconde le difficoltà, ma rivendica la scelta di non lasciarsi sopraffare dalla paura. Una presenza costante, sì, ma mai dominante. Al contrario, affrontata con spirito di sacrificio, senso del dovere e una disciplina che affonda le radici nella sua identità.
In servizio sempre
Anche durante la convalescenza, Rotolo non ha mai smesso di sentirsi in servizio. Un legame profondo con l’uniforme e con la missione che rappresenta, portati avanti con coerenza e convinzione, fino al giorno del ritorno: 283 giorni dopo, di nuovo in caserma, pronto a riprendere il suo posto.
La sua testimonianza si chiude con una riflessione potente, affidata a una metafora marinaresca: le tempeste, nella vita, non vanno temute ma utilizzate per andare avanti. Perché, come scrive, il vero pericolo non è la burrasca, ma la bonaccia. Un messaggio che va oltre la vicenda personale e diventa esempio universale di forza e rinascita.
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