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Riparte il calcio: regole al limite dell’assurdo, piccole società in ginocchio

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Riparte il calcio

Riparte il calcio post-lockdown: ma il complesso sistema di regole rischia di mettere in enorme difficoltà soprattutto le società più piccole.

Le nuove regole

Il Covid19, purtroppo, ci ha costretto a cambiare radicalmente le abitudini e lo farà anche sui campi di calcio. Niente strette di mano, niente foto di squadra, i panchinari tutti con la mascherina. E poi si deve fare la doccia uno per volta (ma va considerata la possibilità di farla a casa o in hotel), sanificare gli spogliatoi e nominare un referente che misuri la febbre a tutti quelli che entrano al campo e tenga un registro delle presenze. Il calcio prova a ripartire dopo lo stop per il covid, ma sarà tutt’altro che facile, soprattutto per le piccole società. Le disposizioni contenute nel protocollo elaborato dalla Figc per la ripresa dell’attività agonistica, inutile nasconderlo, sono in gran parte inattuabili e molte società sono sul piede di guerra. Alcune, che si sono già iscritte al campionato, minacciano addirittura di ritirarsi se non cambierà qualcosa da qui all’inizio della stagione. Intanto tutti fanno quello che possono per cercare di rispettare le regole e garantire la sicurezza di giocatori e allenatori.

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In Valsesia

Anche in Valsesia è tempo di rimettersi gli scarpini per smaltire la ruggine accumulata durante la lunga sosta e farsi trovare pronti per il rientro in campo. A Romagnano, ad esempio, la prima squadra ha iniziato la preparazione martedì nel rispetto delle disposizioni della Federazione. Il delegato per l’attuazione del protocollo (il cosiddetto Dap), figura obbligatoria da questa stagione, sarà il presidente Gaetano Simone: «Misurerò la febbre a chi entra in campo e chiederò l’autocertificazione così come previsto. Fuori dallo spogliatoio dell’arbitro abbiamo messo un tavolino su cui saranno appoggiati i documenti di gara. Queste sono misure più o meno attuabili, quello che mi spaventa è la sanificazione dei locali per cui deve essere presentato un regolare certificato. Pensare di sanificare gli spogliatoi tutte le settimane da una ditta specializzata è impensabile perché avrebbe dei costi improponibili che non potremmo permetterci e che ci costringerebbero a non partecipare ai campionati. Auspico che si lasci la possibilità alle società di fare un’autocertificazione, i prodotti li comperiamo noi e noi provvediamo a disinfettare».

Campionato difficile

Si prospettano tempi duri non solo per i presidenti, ma anche per gli allenatori. Fabio Giacobino, che in questa stagione guiderà il Bettole, ha più di una perplessità: «Le regole così come sono adesso non ci permettono di lavorare come negli anni precedenti. Noi cercheremo di rispettarle al massimo usando il buon senso, ma se non cambieranno i protocolli credo non abbia molto senso iniziare il campionato, sarebbe più logico dire che non si gioca a calcio finché non ci sarà un vaccino. Tra registri delle presenze, distanziamenti, docce contingentate e mascherine in panchina, le restrizioni mi sembrano davvero troppe e fanno passare la voglia di continuare a dedicarsi a questo sport, che ai nostri livelli è un hobby e non un lavoro».

Entrate scaglionate

Il protocollo impone perfino a squadre e arbitri di arrivare al campo in momenti differenti (come se nei dilettanti l’ingresso non fosse alla spicciolata): i direttori di gara un’ora e 30 prima dell’inizio, la squadra ospite 10 minuti dopo, quella di casa dopo altri 10 minuti. Differenziato anche l’ingresso sul terreno di gioco per iniziare la partita, mentre le panchine (i cui occupanti dovranno avere la mascherina) dovranno essere allungate (se necessario), anche con sedie, per garantire la distanza di sicurezza. Vietate foto di squadra, strette di mano, cerimonie pre-partita con altre persone e niente mascotte. E per parlare con l’arbitro bisognerà stare almeno a un metro e mezzo.

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