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Infermieri del 118 chiedono maggiori garanzie

Stefano Agostinis del sindacato NurSind: «I territori non possono rimanere sguarniti di postazioni di soccorso infermieristico».

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Infermieri 118 chiedono maggiori garanzie.  Alcuni li etichettano superficialmente come piccoli medici, altri come “infermieri professionali” con una dicitura caduta in disuso da un ventennio, altri ancora li chiamano “paramedici”, un termine inesistente nel nostro ordinamento.

Infermieri 118 e garanzie

«Mi si perdoni l’immagine brutale – puntualizza Stefano Agostinis del sindacato NurSind – ma gli unici paramedici di cui ho notizia in Italia sono il collega di Torino che nel tentativo di proteggere la psichiatra da un paziente violento ha ricevuto una coltellata al suo posto ed il collega di Grosseto che precipitando dal l’elicottero durante un’operazione di soccorso ha attutito l’impatto del medico con il proprio corpo».
Sì chiamano semplicemente “infermieri” un esercito silenzioso che conta quasi mezzo milione di professionisti laureati che contribuiscono, nonostante tutto a garantire la funzionalità del servizio pubblico.
«Laureati e autonomi, parrebbe quest’ultimo termine l’oggetto del contendere a livello nazionale nella guerra strisciante combattuta con una parte della componente medica afflitta da chissà quale timore di competenze scippate. (task shifting per i cultori delle definizioni anglosassoni)», riprende il sindacalista.
E nel Biellese c’è anche chi rischia il posto come racconta Agostinis: «È emblematica la storia di Mario (nome di fantasia) che rischia il deferimento alla commissione disciplinare della sua azienda per aver messo in atto tutto quanto le sue competenze consentivano per portare vivo un paziente critico in ospedale, nonostante il medico della Centrale Operativa 118 gli avesse intimato di non fare nulla e….di attendere….non si sa bene cosa. Mario non è un infermiere qualunque… alcuni mesi fa ha salvato una bambina da morte sicura, aveva inalato un palloncino di gomma; le manovre attuate hanno avuto buon esito, nessuno lo ha ringraziato perché ha fatto il suo dovere, ma è proprio questo il punto». Agostinis aggiunge ancora: «Il compito dell’infermiere dell’emergenza territoriale è garantire il mantenimento in vita del paziente fino all’arrivo in ospedale dove verrà preso in carico dai migliori specialisti. La dislocazione dei mezzi di soccorso e l’organizzazione degli stessi obbediscono a norme nazionali, se una Regione come il Molise decide di attingere ai medici militari per fronteggiare una carenza divenuta endemica, è verosimile che il Piemonte possa schierare un medico in ogni abitazione come per gli alberi di Natale? No, certamente non lo è, Il vero problema sono le logiche aziendali improntate ad una strenua difesa del sistema e completamente svincolate dalla realtà, che otterranno il solo risultato di lasciare deserte le postazioni di soccorso infermieristico, sguarnendo interi territori con le conseguenze che ne deriveranno».

Un Commento

  • Mario ha detto:

    L’articolo è fazioso, scorretto e incomprensibile.
    Non fa bene ai medici e non fa bene agli infeemieri.
    È solo frutto di una sterile polemica che ogni tanto per volere di pochi addetti viene a galla.
    E poi scusate chi lo ha scritto ? Mio figlio di sei anni avrebbe fatto un esposto migliore.
    Lasciamo stare poi i sindacati che si nutrono di queste divisioni, altrimenti ce ci starebbero a fare ?

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