Idee & Consigli
Famiglie e costo della vita: il ruolo delle imprese nel sostenere il benessere dei dipendenti
Fare la spesa, pagare l’abitazione, gestire gli spostamenti, affrontare le spese per i figli o assistere un familiare: il bilancio domestico è formato da molte voci che, sommate, possono ridurre sensibilmente il margine economico disponibile. I dati mostrano che il tema riguarda una parte consistente della popolazione italiana e non coincide soltanto con le situazioni di maggiore fragilità. Anche chi lavora può trovarsi a dover rivedere consumi e priorità. In questo scenario le imprese possono avere un ruolo concreto nel supportare la qualità della vita dei dipendenti, affiancando alla retribuzione strumenti capaci di rispondere a esigenze quotidiane. Il welfare aziendale, quando progettato partendo dai bisogni reali delle persone, può quindi diventare una componente importante del rapporto tra lavoro, famiglia e potere d’acquisto.
Quanto pesa oggi il costo della vita sui bilanci familiari?
Il costo della vita incide soprattutto perché una parte consistente delle uscite delle famiglie riguarda spese difficilmente comprimibili. I dati Istat sui consumi permettono di capire meglio le dimensioni del fenomeno.
Secondo Istat, nel 2024 una famiglia residente in Italia ha sostenuto una spesa media mensile di 2.755 euro. La mediana, che divide le famiglie in due gruppi della stessa numerosità, era invece pari a 2.240 euro. La differenza è significativa perché indica che gran parte dei nuclei spende meno della media nazionale.
Guardando a un arco temporale più ampio emerge un altro elemento. Sempre secondo Istat, tra il 2019 e il 2024 la spesa familiare per consumi è cresciuta del 7,6%, mentre nello stesso periodo l’inflazione, misurata attraverso l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, ha raggiunto il 18,5%.
Anche la composizione delle uscite aiuta a comprendere dove si concentra il bilancio domestico. Nel 2024 abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili rappresentavano il 35,7% della spesa complessiva, gli alimentari e le bevande analcoliche il 19,3% e i trasporti il 10,8%.
Significa che una quota rilevante delle risorse disponibili viene assorbita da esigenze ricorrenti. Quando aumenta una di queste voci, le famiglie hanno quindi meno spazio per modificare il proprio bilancio senza intervenire su altre spese.
Perché avere un lavoro non elimina sempre le difficoltà economiche?
Il reddito da lavoro riduce fortemente il rischio di difficoltà economica, ma l’occupazione da sola non garantisce a tutte le famiglie la stessa capacità di affrontare le spese.
Secondo il rapporto Istat sulla povertà, nel 2024 oltre 2,2 milioni di famiglie, pari all’8,4% del totale, vivevano in condizioni di povertà assoluta. Le persone coinvolte erano oltre 5,7 milioni. Tra le famiglie con persona di riferimento lavoratore dipendente l’incidenza raggiungeva comunque l’8,7%, mentre saliva al 15,6% quando la persona di riferimento era un operaio o una figura assimilata.
Anche gli indicatori più ampi mostrano una situazione articolata. Nel 2025 il 22,6% della popolazione italiana risultava a rischio di povertà o esclusione sociale, per un totale di circa 13,3 milioni di persone. Nelle famiglie la cui principale fonte di reddito era il lavoro dipendente il valore scendeva al 14,3%, ma restava comunque significativo.
Sono dati che aiutano a superare una lettura troppo semplice del problema. Tra una famiglia con due redditi e una monoreddito, tra chi paga un affitto e chi possiede l’abitazione, la capacità economica può cambiare molto anche a parità di stipendio.
Quali famiglie sono maggiormente esposte?
La composizione del nucleo familiare fa una grande differenza. Numero dei figli, presenza di un solo genitore e responsabilità di cura influenzano sia le spese sia il tempo che può essere dedicato al lavoro.
Istat rileva che nel 2025 il rischio di povertà o esclusione sociale riguardava il 17,4% delle coppie con un figlio e il 20,6% di quelle con due figli. La quota arrivava al 30,6% per le coppie con almeno tre figli e al 31,6% per i nuclei monogenitore.
La pressione economica emerge anche dalle scelte di consumo. Secondo Istat, nel 2024 il 31,1% delle famiglie dichiarava di avere cercato di limitare la quantità o la qualità dei prodotti alimentari acquistati.
Il tema, quindi, non riguarda esclusivamente il livello dei prezzi. Conta anche la capacità di conciliare lavoro e responsabilità familiari. Una visita medica, gli orari scolastici, l’assistenza a un genitore anziano o un imprevisto domestico possono trasformarsi in costi economici e organizzativi. Per questo le politiche aziendali rivolte alle famiglie acquistano valore quando intervengono su più dimensioni della vita quotidiana.
Come può intervenire concretamente un’impresa?
Un’impresa può aiutare i dipendenti combinando benefit economici, servizi e strumenti di organizzazione del lavoro, invece di considerare il welfare come un semplice insieme di vantaggi accessori.
Buoni pasto, buoni acquisto, servizi sanitari, rimborsi previsti dalla normativa, supporto alle spese scolastiche, assistenza ai familiari, previdenza integrativa e servizi per la mobilità possono rispondere a necessità molto diverse. A questi strumenti si possono affiancare flessibilità oraria, lavoro da remoto dove compatibile con l’attività, permessi aggiuntivi o una migliore gestione della banca ore.
Tra gli operatori specializzati, Pellegrini welfare aziendale propone alle imprese soluzioni che comprendono buoni pasto, buoni acquisto e flexible benefit, con l’obiettivo di costruire piani coerenti con le reali esigenze delle persone. La logica più efficace, infatti, è partire dai bisogni effettivi della popolazione aziendale. Un’organizzazione con un’età media bassa potrebbe registrare una maggiore richiesta di servizi per figli e formazione; una realtà con dipendenti più maturi potrebbe invece rilevare esigenze legate all’assistenza familiare o alla sanità. Lo stesso budget può produrre risultati molto differenti a seconda di come viene costruito il piano.
Il welfare aziendale può davvero aumentare il potere d’acquisto?
Il welfare può contribuire ad alleggerire alcune spese, ma non deve essere considerato un sostituto della retribuzione. La sua funzione è diversa: destinare risorse e servizi a necessità che il lavoratore dovrebbe comunque affrontare con il proprio reddito.
Un buono pasto utilizzato durante la settimana, un rimborso per una spesa ammessa dal piano aziendale o un servizio di assistenza possono liberare una parte del budget domestico. Il beneficio effettivo dipende però dall’utilità dello strumento per chi lo riceve.
Immaginiamo due dipendenti con lo stesso valore di benefit. Uno ha figli in età scolare e sostiene regolarmente costi per istruzione e servizi di cura; l’altro vive da solo e utilizza soprattutto trasporto pubblico e servizi sanitari. Assegnare a entrambi lo stesso pacchetto rigido può ridurre l’efficacia dell’intervento. Consentire una maggiore possibilità di scelta permette invece di avvicinare le risorse aziendali alle spese che ciascuno affronta realmente.
È proprio questa capacità di adattamento a distinguere un piano costruito bene da un catalogo di benefit poco utilizzato.
Quanto conta la conciliazione tra lavoro e vita familiare?
Conta molto, perché il benessere economico dipende anche dal tempo. Ridurre una difficoltà organizzativa può evitare costi, assenze o rinunce lavorative che hanno conseguenze sul reddito familiare.
La Relazione al Parlamento della Consigliera Nazionale di Parità, pubblicata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, riporta che tra le misure aziendali analizzate per favorire la conciliazione la flessibilità negli orari di entrata e uscita era presente nel 68,2% delle imprese considerate. Il lavoro da remoto raggiungeva il 46%, la banca delle ore il 26,4% e congedi o permessi ulteriori rispetto a quelli obbligatori il 23%. I dati derivano da elaborazioni INAPP su informazioni del Ministero del Lavoro.
La questione assume un peso particolare per chi ha responsabilità familiari. Un rapporto congiunto CNEL-Istat sul lavoro femminile ha evidenziato che il 31,5% delle donne occupate lavora part time, quota che sale al 41% tra le madri lavoratrici di età compresa tra 25 e 34 anni.
Offrire maggiore flessibilità, quando l’organizzazione del lavoro lo permette, può quindi incidere sulla possibilità di mantenere continuità occupazionale e gestire meglio gli impegni di cura. Il beneficio per la famiglia non passa necessariamente da un trasferimento economico diretto: anche il tempo ha un valore misurabile nella vita quotidiana.
Perché sempre più aziende inseriscono misure di welfare?
I dati sui contratti di produttività mostrano che il welfare è entrato con una certa continuità nelle politiche aziendali italiane.
Secondo il monitoraggio del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, al 15 luglio 2026 risultavano attivi 15.565 contratti di produttività. Di questi, 10.233 prevedevano misure di welfare aziendale. I lavoratori complessivamente coperti da un contratto di produttività erano 4.241.031.
Il dato non significa che tutte le imprese italiane adottino gli stessi strumenti, né che ogni piano produca automaticamente gli stessi risultati. Mostra però come il tema sia diventato parte delle politiche organizzative e della contrattazione aziendale.
Per le imprese il vantaggio riguarda anche la capacità di costruire una proposta lavorativa più vicina alle esigenze delle persone. Per il dipendente, invece, il valore si misura soprattutto nella possibilità di utilizzare concretamente ciò che viene offerto. Un benefit difficilmente accessibile oppure poco coerente con le necessità personali rischia di avere un valore percepito molto inferiore al suo costo.
Come si costruisce un piano realmente utile alle famiglie?
Il punto di partenza è conoscere la popolazione aziendale. Età, composizione familiare, luogo di lavoro, modalità di spostamento e bisogni di cura cambiano profondamente le priorità dei lavoratori.
Survey anonime, analisi dei benefit maggiormente utilizzati e momenti di ascolto possono aiutare l’impresa a capire dove concentrare le risorse. È utile verificare anche il tasso di utilizzo nel tempo. Se un servizio viene scelto da una quota minima dei dipendenti, potrebbe essere poco conosciuto, difficile da usare oppure semplicemente distante dalle loro necessità.
La comunicazione è altrettanto importante. Un dipendente deve sapere quali opportunità ha a disposizione, quali spese possono essere coperte, attraverso quali procedure e con quali scadenze. Un piano semplice da comprendere tende a essere più accessibile di uno ricco di possibilità ma complesso da utilizzare.
Serve poi continuità nell’analisi. Le esigenze di una persona cambiano con l’età, la nascita di un figlio, una nuova necessità sanitaria, un trasferimento o l’assistenza a un familiare. Anche il welfare dovrebbe quindi essere rivisto periodicamente, evitando di considerarlo una struttura immutabile.
Il ruolo delle imprese davanti alle nuove esigenze delle famiglie
Il costo della vita resta un tema che va oltre l’andamento dell’inflazione di un singolo anno. Secondo i Conti nazionali per settore istituzionale diffusi da Istat, nel 2025 il potere d’acquisto delle famiglie italiane è cresciuto dello 0,9%, mentre il reddito disponibile è aumentato del 2,4%. Sono segnali positivi che convivono però con differenze economiche ancora rilevanti tra nuclei familiari e territori
Per un’impresa questo significa riconoscere che il rapporto con i dipendenti comprende esigenze economiche, familiari e organizzative molto diverse tra loro. Retribuzione, servizi, flessibilità e benefit svolgono funzioni differenti e possono essere coordinati senza confonderne il ruolo.
Quando le misure aziendali partono da problemi concreti — la spesa quotidiana, la cura dei figli, la salute, gli spostamenti, l’assistenza ai familiari o la gestione del tempo — il welfare smette di essere una voce astratta delle politiche HR. Diventa uno strumento che può incidere su aspetti molto concreti della vita delle persone e contribuire a costruire un rapporto di lavoro più attento alle condizioni reali delle famiglie.
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