AttualitàVarallo e alta Valsesia
Valsesia spaccata, dieci sindaci lanciano l’allarme sull’Unione montana
Dai conti agli investimenti, fino ai servizi sociali e all’acqua: una lettera aperta denuncia ritardi e chiede risposte concrete.
Dieci sindaci dell’alta e media Valsesia intervengono con una lettera aperta inviata a Notizia Oggi Borgosesia nel dibattito, avviato nei giorni scorsi proprio dal giornale, sull’opportunità di avere un rappresentante valsesiano in Parlamento. La loro presa di posizione punta anche sulle divisioni locali e chiama in causa la gestione dell’Unione montana Valsesia, le sue prospettive e il rapporto tra politica e territorio.
A firmare sono Vittorio Bertolini (Carcoforo), Roberto Sacchi (Alto Sermenza), Walter Fiorone (Boccioleto), Moreno Uffredi (Balmuccia), Davide Calzoni (Civiasco), Roberto Veggi (Alagna Valsesia), Miriam Giubertoni (Campertogno), Davide Ferraris (Piode), Daniele Todaro (Cellio con Breia) e Giacomo Gagliardini (Vocca). Dieci primi cittadini chiedono di guardare ai problemi di casa, prima ancora di discutere la rappresentanza a Roma o Torino.
Il problema delle divisioni e della leadership
Il punto di partenza è il possibile peso politico della valle fuori dai suoi confini. I firmatari riconoscono che un eletto a Roma o a Torino potrebbe rappresentare un’opportunità, ma insistono su una condizione: contano i risultati concreti. «La realtà amministrativa del nostro territorio è oggi caratterizzata da divisioni che sarebbe difficile ignorare», scrivono, contestando l’immagine di una Valsesia sempre compatta e concorde.
Per i dieci amministratori, l’Unione montana dovrebbe essere una casa comune, prima istituzionale e poi politica. Invece, a loro giudizio, è segnata da contrapposizioni e difficoltà di sintesi. Citano le frequenti sedute del consiglio in seconda convocazione e una presenza spesso poco superiore alla metà degli aventi diritto. Un segnale di leadership incapace di unire, secondo gli autori della lettera.
Preoccupazione per i conti e i progetti fermi
Uno dei passaggi più critici riguarda i conti e gli investimenti. Richiamando quanto illustrato recentemente dai dirigenti dei settori tecnico, economico e sociale, i sindaci esprimono preoccupazione per la sostenibilità di interventi come la funivia di Mera e i lavori su sentieri e infrastrutture turistiche. I timori, scrivono, riguardano perfino le spese di funzionamento e di personale dell’ente.
Nel documento vengono segnalati anche rallentamenti di progetti legati ai fondi Fosmit e alla Strategia delle aree interne: alcuni, secondo i firmatari, sarebbero fermi da mesi o da anni. I sindaci contestano inoltre il tentativo di stabilire criteri per distribuire le risorse influenzati da valutazioni partitiche. La richiesta è di adottare parametri più oggettivi e costruire progetti condivisi, senza lasciare che le divisioni blocchino gli interventi.
Servizi sociali, l’esempio di una collaborazione possibile
Non mancano, nella lettera, gli esempi ritenuti positivi. Il principale riguarda i servizi sociali, dove i sindaci riconoscono i risultati della collaborazione nell’Ats “Orizzonti Nord-Est”, formata da Unione montana, Cisas e Casa. A loro giudizio, questa gestione associata dimostra che collaborare è possibile e può garantire risposte efficaci ai bisogni delle comunità, anche grazie al lavoro degli uffici.
Proprio quell’assetto, affermano, sarebbe stato messo in discussione da ipotesi di collaborazione con la città di Vercelli, con il rischio di una fuoriuscita di comuni dalla gestione associata e di ripercussioni sui conti dell’Unione montana. I primi cittadini ricordano però la scelta di mantenere il modello attuale: una decisione condivisa a tutela dei servizi sociali, presentata come esempio della capacità di trovare un’intesa.
Dal servizio idrico all’appello per ritrovare l’unità
Tra le questioni sollevate compare infine il passaggio da Cordar Valsesia a Bcv Acque. I firmatari criticano le scelte compiute nella fase di transizione, attribuendo alla decisione del comune di Quarona di cambiare la governance di Cordar conseguenze organizzative pesanti, comprese dimissioni di figure tecniche apicali. A loro avviso, la Valsesia ne è uscita indebolita nella gestione dell’acqua e nelle decisioni sulle infrastrutture.
La conclusione non vuole essere, precisano i sindaci, un atto d’accusa contro chi guida l’Unione montana. È invece un invito a superare la rappresentazione “social friendly” del territorio e a riconoscere il lavoro quotidiano, spesso poco visibile, degli amministratori. Prima di cercare una voce forte a Roma, sostengono, occorre ricostruire una voce condivisa dentro la valle: «Non dal racconto fantasioso di un territorio già unito, ma dal lavoro concreto necessario per tornare ad esserlo».
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