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Guglielmo Iachetti: Riva Valdobbia ricorda il suo alpino

Testimone diretto della Seconda Guerra Mondiale, visse anche la prigionia in Germania

guglielmo iachetti

Guglielmo Iachetti addio a uno degli ultimi testimoni diretti della Seconda Guerra Mondiale.

Guglielmo Iachetti il saluto degli alpini

Si è spento a 96 anni Guglielmo Iachetti, alpino e reduce della Seconda Guerra Mondiale. Le penne nere della Valsesiana gli hanno dato l’addio lo scorso venerdì, a Riva Valdobbia. Erano presenti i Vessilli della Valsesiana e della sezione di Biella oltre a numerosi gagliardetti di gruppi. Non è mancato il presidente sezionale Gianni Mora e, con il capo gruppo di Rina Luciano Carmellino veramente tanti, tanti alpini per tributare l’ultimo saluto a Guglielmo.

Un vero alpino

Guglielmo Iachetti era nato in Val Vogna a Selveglio, nel lontano 1921. Alpino di razza e di temperamento, vi visse sino a diciannove anni. Tutto mutò nel Natale di quell’anno, il 1939, quando gli giunse la “cartolina”. Così partì per la naja, mortaista, prima ad Aosta e quindi trasferito al Btg. Intra. Qui conobbe Mario Rigoni Stern. Fu di nuovo trasferito ad Aosta per poi essere inviato in Jugoslavia, a Foca per rinforzare il presidio dopo le battaglie che avevano decimato la Pusteria.

Vivo per miracolo

Così lo ricorda l’alpino Aldo Lanfranchini: «Ricordiamo un episodio dei tanti che ci descrisse durante l’intervista rilasciataci e che fa parte delle 34 interviste contenute in “Ciau Pais”, (il libro edito dalla Sezione Valsesiana che raccoglie testimonianze dirette di alpini sulla seconda guerra mondiale). Dopo aver fortificato il presidio svolgeva turni di guardia in squadra con altri due alpini, Ermenegildo Perino di Coggiola e Severino Vernet di Villanova Baltea; al termine del turno, per consumare il rancio, si rifugiavano in una buca, scavata anche per sfuggire al gran caldo e quel giorno Guglielmo volle rimanere da solo per consumare la “sbobba”; giunse un colpo di mortaio che centrò la buca uccidendo i suoi camerati e lasciandolo miracolosamente illeso».

La prigionia

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 fu fatto prigioniero e portato a lavorare in Germania dove rimase sino alla liberazione da parte degli americani il 5 aprile 1945. Tornato in patria dovette ancora subire un torto a Varallo. Il conducente l’autobus per Alagna si rifiutò di portarlo perché senza denaro, anche se i reduci dovevano avere, per legge, i trasporti gratuiti sino al proprio domicilio. Così se la fece a piedi. Mi disse che da ciò forse nacque in seguito la corsa podistica “Varallo-Alagna”, un forzato precursore. Formò in seguito la sua famiglia, lasciando la terra natia per andare ad abitare nel biellese e continuando e svolgere la propria vita di contadino.

Le adunate

«Era sempre presente alla adunate, non mancava mai, era una questione di principio – ricorda di lui ancora Lanfranchini -. L’ultima volta che ho avuto modo di salutarlo durante una adunata fu a Susa; a fianco della sua Barbara mentre salutava orgoglioso gli alpini che sfilavano davanti a lui. In più occasioni, con altri reduci, partecipò ad incontri nelle scuole della Valsesia e Valsessera organizzate da Centro Studi Sezionale per raccontare agli studenti le sue esperienze, sempre con precisione e con la immancabile ironia».

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