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La vacanza in Valsesia finisce in un incubo per un 91enne

L’uomo era caduto e poi finito al pronto soccorso di Borgosesia. I familiari accusano: «Dimesso in condizioni inaccettabili».

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Doveva essere una semplice vacanza estiva in Valsesia. Si è trasformata, invece, in un calvario. Protagonista è un uomo di 91 anni, residente a Firenze, arrivato in valle per trascorrere alcuni giorni insieme alla compagna. Una caduta tra le mura domestiche ha però cambiato tutto.

Dopo l’iniziale spavento, il pensionato è stato soccorso e trasportato d’urgenza all’ospedale di Borgosesia. Gli esami hanno evidenziato una frattura dell’epistrofeo, vale a dire la seconda vertebra cervicale.

Chiesta la dimissione protetta

«Gli è stato prescritto l’utilizzo di un collare cervicale rigido e serviva un’attenzione particolare nella gestione del paziente – racconta L.N., figlia della compagna del paziente –. Sta però di fatto che, dopo due giorni trascorsi in osservazione, l’uomo è stato dimesso anche se necessitava ancora di aiuto». Nel frattempo era arrivata da Firenze la figlia.

Ed è proprio sulla fase della dimissione che nasce la contestazione. «Non abbiamo mai chiesto che l’uomo rimanesse ricoverato senza motivo – prosegue L.N. –. Abbiamo chiesto tempo per poter organizzare il trasferimento e soprattutto per attivare una dimissione protetta, vista l’età, la frattura e le difficoltà motorie».

Il contrasto con l’ospedale

Secondo il racconto della figlia, la richiesta non sarebbe stata accolta. «Mi è stato detto che il paziente era dimissibile e che, essendo residente in Toscana e non in Piemonte, non sarebbe stato possibile attivare la procedura di dimissione protetta». Una risposta che la famiglia contesta. «Il nostro obiettivo era trovare un percorso sicuro per l’anziano, non sottrarci alle nostre responsabilità. Ci siamo trovati invece in una situazione molto difficile da gestire».

Il confronto con il personale sanitario sarebbe diventato particolarmente acceso, secondo le testimonianze della famiglia. «Siamo stati aggrediti verbalmente – evidenzia L.N – e abbiamo chiesto anche l’intervento dei carabinieri. In quel momento alla figlia è stata minacciata anche di una denuncia per abbandono di incapace se non avesse preso in carico il padre dopo la dimissione. Una cosa che ci ha fatto stare tutti ancora peggio, perché noi stavamo proprio chiedendo aiuto e un supporto».

L’uscita in carrozzina dal “Santi Pietro e Paolo”

Anche l’intervento delle forze dell’ordine non avrebbe modificato l’esito della vicenda. «L’ospedale aveva ritenuto il paziente dimissibile – precisa L.N. – e quindi non c’erano margini di intervento». Alla fine l’anziano è stato accompagnato fuori dalla struttura su una carrozzina e aiutato a salire sull’auto della figlia.

«In pratica, ci siamo trovati soli a gestire una persona di 91 anni con una frattura cervicale e problemi motori– prosegue L.N. –. Ci sono stati consegnati alcuni ausili di base, tra cui un pappagallo e dei pannoloni, ma a nostro avviso non erano certo sufficienti rispetto alla situazione». Non potendo rientrare immediatamente in Toscana, la figlia ha cercato una soluzione temporanea: una camera di motel accessibile, scelta per l’assenza di barriere architettoniche. Una sistemazione di emergenza che non poteva però sostituire un vero percorso assistenziale.

«Ribadiamo che chi va in ospedale lo fa in condizioni di emergenza e criticità, servirebbero maggior cura verso i pazienti e le famiglie, che purtroppo noi non abbiamo ricevuto».

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