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I gestori del rifugio tornano sul Monte Barone devastato dal rogo. LE FOTO
Dopo venti giorni Paolo e Mara raggiungono l’Alpe Ponasca tre sentieri malfermi, pascoli inceneriti e alberi caduti.
Venti giorni dopo essere stati costretti ad andarsene, ieri, mercoledì 26 agosto, i gestori del rifugio del Monte Barone sono tornati per la prima volta all’alpe Ponasca, accompagnati dai volontari del Soccorso alpino di Coggiola e dalla squadra di manutenzione sentieri del Cai Valsessera.
Un sopralluogo effettuato in deroga alle ordinanze che vietano ancora l’accesso all’area colpita dall’incendio. Mara Viganò e Paolo Montini hanno finalmente potuto verificare le condizioni della struttura, raggiunta dalle fiamme nei giorni più drammatici dell’emergenza. Ma a impressionarli è stata soprattutto la montagna intorno: le fotografie scattate durante la salita mostrano un paesaggio devastato, annerito dal fuoco e in alcuni punti quasi irriconoscibile.
Il primo ritorno dopo venti giorni
Era dal 6 agosto che i gestori non potevano raggiungere il rifugio. L’evacuazione era stata imposta per ragioni di sicurezza mentre l’incendio continuava ad allargarsi sui versanti del Monte Barone. Successivamente le ordinanze avevano impedito qualsiasi sopralluogo, anche quando le immagini della webcam avevano mostrato le fiamme arrivare proprio alle spalle della struttura.
Soltanto ieri è stato possibile organizzare la salita, con l’assistenza di personale esperto. Una precauzione tutt’altro che formale: nonostante l’emergenza incendi sia terminata, muoversi oggi lungo i sentieri del Monte Barone presenta ancora pericoli importanti.
Sentieri devastati e un paesaggio quasi lunare
Le immagini postate sulla pagina social del rifugio raccontano forse meglio di qualsiasi cifra che cosa abbia lasciato il grande incendio. Dove prima c’erano prati, boschi e vegetazione, ora compaiono ampie distese annerite. I gestori descrivono un «paesaggio quasi lunare», sul quale continua a incombere l’odore acre del bruciato.
Anche i sentieri portano i segni dell’incendio. Ci sono grossi tronchi caduti che sbarrano il passaggio, massi diventati instabili e tratti completamente crollati. In alcuni punti il terreno non regge più e tende a cedere sotto i piedi. Una situazione che spiega perché i divieti di accesso siano tuttora in vigore.
Sotto terra il fuoco non è ancora morto ovunque
C’è poi un particolare ancora più impressionante: lungo i percorsi sono stati individuati focolai nella lettiera e nelle radici degli alberi. Nonostante le abbondanti piogge che hanno finalmente spento il grande incendio, in alcuni punti il calore è dunque rimasto nascosto sotto la superficie.
Anche per questo cercare deviazioni intorno ai tratti danneggiati non rappresenta una soluzione. Il terreno attraversato dal rogo deve essere controllato e messo in sicurezza prima che gli escursionisti possano tornare a frequentare normalmente la montagna.
Le fiamme sono arrivate fino al rifugio
Il sopralluogo ha permesso anche di chiarire che cosa sia accaduto al Rifugio Monte Barone nelle ore in cui si temeva il peggio. Il fuoco è effettivamente arrivato sul retro dell’edificio, raggiungendo la zona in cui il tetto si trova praticamente a contatto con il terreno.
Le fiamme, fortunatamente, non sono penetrate nei locali tecnici. Sarebbe potuta andare molto peggio: in quella parte della struttura si trovano legna, combustibili e bombole del gas. Il rifugio è quindi rimasto in piedi, confermando le speranze nate dopo l’intervento dei mezzi aerei nei giorni più difficili.
Distrutte le condutture di acqua e scarichi
Essere sopravvissuto all’incendio, però, non significa essere uscito indenne. Il fuoco ha distrutto le condutture dell’acqua e quelle degli scarichi, che dovranno essere sostituite completamente prima che la struttura possa tornare a funzionare.
La riapertura resta quindi lontana. Da una parte bisognerà ripristinare gli impianti del rifugio; dall’altra occorrerà intervenire sulla rete dei sentieri, oggi troppo danneggiata e pericolosa per consentire il normale passaggio degli escursionisti. «Non ci resta che aspettare», spiegano Mara Viganò e Paolo Montini.
«La montagna è ferita, ma non è finita»
Le fotografie del 26 agosto consegnano però al territorio anche la dimensione di ciò che resta da fare. Spegnere l’incendio è stato soltanto il primo passo. Adesso ci sono sentieri da ricostruire, pendii da mettere in sicurezza, alberi e massi instabili da controllare, impianti da rifare e un ambiente naturale che avrà bisogno di tempo.
Il Monte Barone che i gestori hanno ritrovato non è quello che avevano lasciato venti giorni prima. È annerito, fragile, in alcuni punti ancora fumante sotto terra. Ma in mezzo a quella distesa bruciata qualcosa ha già cominciato a muoversi: forse un fungo pirofilo, che aiuta la decomposizione di ciò che è stato bruciato. Ed è da lì che arriva il messaggio con cui Mara e Paolo hanno scelto di chiudere il racconto del loro ritorno: «La montagna è ferita. Ma non è finita».
Tutte le foto sono state postate dai gestori del rifugio
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