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Addio Osvaldo Genova: aveva Borgosesia nel sangue

Conosceva molti dettagli della storia e dell'architettura cittadina

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Addio Osvaldo Genova: se ne va un borgosesiano doc, appassionato di storia e di artigianato.

Addio Osvaldo, 96enne dallo spirito giovane

Borgosesia perde un cittadino che ha amato fino all’ultimo il suo paese: Osvaldo Genova avrebbe compiuto 96 anni il 28 marzo. Ha lasciato la moglie Marina Ferraris e i figli Alberto, Adriano e Gianna. Aveva portato avanti con i fratelli l’attività di famiglia, andando infine a lavorare alla Valvolmetal. A tracciarne un ricordo è Piera Mazzone, direttrice della biblioteca di Varallo. «Osvaldo Genova era nato a Borgosesia il 28 marzo 1923, ma il suo spirito era molto, molto più giovane. Nella sua vita aveva amato la moglie Marina Ferraris: “Tei rubatami dinta a l’impruvis, cume ‘n colp ad losna na sei d’està”, i suoi figli: Gianna, Alberto ed Adriano, e la nipote Clarice: “Bella e brava” come la definiva orgoglioso, ma l’aveva accompagnato l’amore per la valsesianità e per la sua Borgosesia».

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Gli angoli nascosti

«Borgosesia per Osvaldo aveva dei simboli che si erano impressi nel suo cuore: ‘l caminun della Manifattura, le ciminiere delle fabbriche, ‘l cornu che chiamava al lavoro, la chiesa di Sassola “demolita per costruirne un’altra tutta diversa”: “Chi si ricorda più dei portici Frascotti, di Via dei Lilli, di un centro storico molto diverso da quello attuale: Piazza Mazzini era un salotto, una delle piazze più belle del Piemonte. Mi ricordo bene il teatro Sociale, quello precedente all’ultimo demolito per far spazio a un parcheggio, e mi ricordo il teatro di Casa Tosca, in via Gaudenzio Ferrari, dove cantò il tenore Castellan e anche la Cappellaro, la zia del dottor Cappellaro” e commentava amaramente: “Adesso che il Sociale non c’è più, tutti lo vogliono ricordare, troppo tardi parlarne, invece di salvarlo”. Osvaldo del Sociale conservava una foto storica, datata 28 agosto 1912, che ritraeva il rifacimento del tetto del teatro, che era stato costruito nel 1874: il boccascena era stato realizzato dallo scultore Carlo Conti, i gessi raffiguravano le muse delle arti, la splendida balconata in ferro battuto, con le maschere della commedia, purtroppo era migrata a far da balcone a una casa privata, ma Osvaldo l’aveva ritrovata e fotografata: “Come per un vecchio amico il tempo è passato, ma è ancora perfettamente riconoscibile”.

La musica

«“Se sento un’aria d’opera, dalla Traviata o dalla Tosca, mi commuovo sempre”: chissà come sarai rimasto estasiato dalle melodie celesti, ma ora ti saluto e, a malincuore, riappendo la cornetta (tu e io eravamo rimasti tra i pochi con il “fisso”) – conclude Mazzone – con ancora nel cuore l’eco della tua voce inconfondibile, affettuosa per gli auguri di Natale e per quell’ultimo quesito sulla “grivla”, la cesena, e come quell’uccello di passo invernale te ne sei andato, da signore, senza disturbare nessuno, ma lasciando una grande eredità d’affetti».

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